Lettera di un imprenditore contro le "tasse sui privilegi" Print
Written by Adriano Teso   
Thursday, 07 January 2010 13:14

Caro Prof. Boeri, Ho molto apprezzato le Sue parole sull’esigenza di fare quelle riforme economiche che da troppi anni vengono rimandate. Mi permetto di ricordare le principali: i 20 interventi strutturali per lo sviluppo dell’Economia.

Vorrei però ricordare anche  alcuni elementi essenziali inerenti  un Suo recente articolo pubblicato su Affari e Finanza de La Repubblica e intitolato “Una tassa sul privilegio”.

In astratto credo anch’io che sia ragionevole pensare a una maggiore tassazione delle rendite (ma in un mercato globalizzato, esistono? quali sono?), ma solo con una parallela diminuzione delle imposte sugli investimenti a rischio come la ricerca e il capitale delle aziende produttive. Non bisogna, inoltre, confondere gli investimenti in borsa, necessari per lo sviluppo industriale e ad alto rischio, con le rendite di titoli di Stato – ma al netto di inflazione rendono? E la concorrenza monetaria e di tassi a livello mondiale lo permettono?

Come sappiamo, la pressione fiscale italiana dichiarata dalle fonti ufficiali si riferisce a un PIL corretto,  cioè un PIL che comprende anche una stima sul sommerso. Ma dato che le tasse non si pagano sull’evasione, la pressione fiscale reale, per i contribuenti onesti, è molto più alta di quella dichiarata e supera ampiamente il 50%.

L’elevata pressione fiscale è uno dei principali mali che stanno portando al declino la vecchia Europa e soprattutto l’Italia. Vantiamo il triste primato nelle economie occidentali e forse mondiali. Le tante imposte che paghiamo non sono altro che il risultato della necessità dello Stato di coprire una infinità di stipendi non produttivi e di sprechi. Dunque, se non si riduce il costo dello Stato, sarà ben difficile riformare seriamente il fisco. Al massimo si potrà procedere a una progressiva limatura della famigerata IRAP, che tassa il lavoro nelle aziende ed i loro costi, perfino di aziende in perdita!

Capisco che il povero Ministro Tremonti abbia difficoltà ad abbassare le tasse. Deve barcamenarsi fra cali produttivi del 20%, con relativa diminuzione del gettito, un aumento della spesa per gli ammortizzatori sociali, a cui si è sommato il terremoto, una crisi mondiale senza precedenti e l’eredità di un debito pubblico enorme, fatto dalla politica dei trent’anni precedenti il suo arrivo. E il futuro non è roseo: la spesa pubblica aumenta a ritmi di oltre il 10% all’anno, malgrado il forte calo degli interessi passivi. Sarà un disastro quando i tassi di interesse torneranno a livelli normali.

Ma se questo governo non imbocca con decisione la strada dello smagrimento della pubblica amministrazione (ad esempio, le province da abolire, la diminuzione del numero dei Parlamentari, l’abolizione dei tanti uffici e delle tante procedure inutili, la cessazione di trasferimenti alle amministrazioni locali sprecone) e del funzionamento della sussidiarietà e del mercato, non ci sarà alternativa al nostro definitivo declino.

E’ paradossale che, in questo contesto, ogni tanto rispunti demagogicamente l’aumento delle tasse per i “ricchi”. Suppongo, guadagnando più di 500.000 euro l’anno, di appartenere a tale categoria. Proviamo a fare due conti. Il mio reddito lo guadagno facendo impresa. La pressione fiscale reale sul reddito che produco, fra IRES, IRAP e spese non deducibili, è mediamente del 62%. Basta dare un’occhiata ai bilanci pubblicati. Poi devo incassare il dividendo, sul quale pago un ulteriore 18,6%  e con quanto mi rimane compero beni sui quali pago il 20% di IVA. Ci aggiungiamo un 3 punti fra tasse automobilistiche, ICI e altre imposizioni comunali, bolli, tasse su benzina e assicurazioni? Fatta la somma, a scalare naturalmente, ne esce una pressione fiscale del 78%. Con un simile livello di tassazione, come fa un imprenditorea finanziare nuovi investimenti necessari allo sviluppo, quando i concorrenti esteri pagano quasi la metà? Naturalmente, questi conti valgono anche per le piccole imprese.

Le cose non vanno meglio per i dirigenti, che arrivano anche loro a un bel 72%. Infatti ricavano solamente un netto del 36% rispetto al costo che sopporta l’impresa. E i versamenti previdenziali non possono nemmeno considerarli un risparmio, visto che servono a pagare le pensioni di oggi. Infine, bisogna aggiungere IVA e tasse varie, come per tutti, oltre a un minimo di costi personali per lavorare.

Non c’è Paese al mondo con tali oneri. E le soluzioni per un migliore assetto e sviluppo della nazione ci sono. Basta volere attuarle.

Resto a Sua disposizione. Suo,

Adriano Teso     

Last Updated ( Thursday, 07 January 2010 13:16 )